Monumento ai caduti partigiani a Rocchetta Sandri
Momenti importanti

La tragedia di Rocchetta in fiamme

Agosto 1944 – Il rastrellamento nazifascista e il sacrificio di 14 partigiani

Questi documenti ricostruiscono i drammatici eventi avvenuti a Rocchetta Sandri nell'agosto del 1944, quando le truppe nazi-fasciste scatenarono una violenta ondata di repressione e rastrellamenti sull'Appennino Modenese.

Le testimonianze descrivono la fine della Repubblica di Montefiorino ed il sacrificio dei partigiani della Divisione Modena, decimati durante il pericoloso attraversamento del fiume Scoltenna. I racconti personali e i componimenti poetici evidenziano il terrore della popolazione civile, costretta a subire rappresaglie, incendi dolosi e deportazioni che distrussero intere abitazioni e legami familiari.

Oltre alla cronaca dei combattimenti, emerge la memoria collettiva di una comunità che ha trasformato il dolore in commemorazione storica, onorando i caduti attraverso monumenti e celebrazioni locali. Il materiale offre dunque uno sguardo corale che unisce il rigore della ricostruzione storica all'emotività dei ricordi d'infanzia e della poesia popolare.

Il contesto

L'11 agosto 1944

Dopo la Repubblica di Montefiorino

Dopo l'attacco alla zona libera di Montefiorino sferrato alla fine di luglio, le forze armate tedesche minacciavano l'intera valle del fiume Panaro, che comincia nei pressi di Rocchetta Sandri, dove si uniscono i torrenti Leo e Scoltenna. In quei giorni, il battaglione partigiano di Leandro Palmieri si riorganizzava nei rifugi di Rocchetta Sandri, formato in gran parte da ragazzi di Castello di Serravalle, nati e cresciuti sulle colline bolognesi.

L'Operazione Tedesca "Belvedere"

L'11 agosto 1944, imponenti forze nazifasciste circondarono la Brigata "A. Corsini" che era in sosta a Rocchetta Sandri. I reparti tedeschi, coadiuvati dalla GNR, venuti a conoscenza dello spostamento dei partigiani, attraversarono il fiume Scoltenna e li attaccarono: fu l'inizio dell'operazione di rastrellamento "Belvedere".

Le vittime

Nel combattimento che ne seguì caddero 14 partigiani: Riziero Agostini, Dario Baldini, Oliviero Ballanti, Vittorina Bedonni, Danilo Battelli, Franco Bolelli, Senesio Cerchiari, Mario Daccomi, Enrico Mazzoni, Seminio Palmieri, Osvaldo Piccioli, Renzo Piccioli, Fernando Predieri, Mario Zoboli. Nella battaglia rimangono uccisi 11 partigiani, di cui 8 cadono nell'imboscata al Mulino del Leo mentre stanno attraversando il fiume, e altri 3 partigiani più 3 civili vengono catturati e passati per le armi. Alcune case vengono date alle fiamme.

L'eredità

Dopo la "rocambolesca salvezza" dell'11 agosto 1944, Leandro Palmieri e Loris Degli Esposti dedicano il battaglione al partigiano Sissinio Palmieri, e nell'inverno fra il 1944 e il 1945 i ragazzi del gruppo castellettese oltrepassano il fronte della Linea Gotica e proseguono la lotta al fianco degli Anglo-americani tenendo vivo il ricordo dei loro compagni.

Un monumento commemorativo sorge ancora oggi presso il ponte del torrente Scoltenna a Rocchetta Sandri, ricordando questa battaglia che rappresenta uno degli episodi più sanguinosi della Resistenza in quella zona dell'Appennino modenese.

Una testimone

Quando arrivarono i tedeschi

Liberata Bernardini, 15 anni, Cerro di Rocchetta Sandri

Ricordo la mattina del 12 Agosto 1944, ero una ragazzina di 15 anni, e come tutte le mattine, dopo aver accompagnato le mucche al pascolo, andai alla messa delle 08.00. Arrivata in chiesa il padre del prete ci informò che in località "Casa della Marianina" erano arrivati i tedeschi.

La notizia ci terrorizzò, poiché "Al Cerro" dove vivevo e vivo tutt'ora, era accampata da 1 settimana la formazione partigiana di Tommaso Ferrari composta da circa 30 partigiani, essi dormivano nella nostra "teggia" alcuni erano del posto, altri provenivano "da via", da lontano, anche da Bologna; erano arrivati da Montefiorino a seguito della famosa battaglia.

Io, Laura Santelli e Gina Santelli corremmo, in preda al panico, a casa per avvisare. Ai partigiani era già nota la notizia, alcuni scapparono ed altri si nascosero nelle macchie vicine. Mi ricordo che al seguito della formazione c'erano 2 donne (uccise, pochi giorni dopo, in località "Gallinaro"), e che vennero buttate dentro alla "Ghigliottina" (profonda fessura nella roccia), armi, una bandiera italiana e degli indumenti per cancellare le tracce della loro presenza.

Con gli occhi sgranati ed increduli da bambina iniziai a sentire i colpi di mortaio e i proiettili che cadevano di fianco a me. Stavano sparando anche da Gaiato. Tutti gli uomini delle famiglie corsero a nascondersi in un rifugio scavato tempo prima sotto terra nel "Campo delle mele" per non essere arrestati e deportati, rimasero solo le donne ed i bambini.

Finito l'assalto arrivarono le truppe tedesche, ci imposero di cucinare 15 galline, altrimenti ci avrebbero uccisi tutti, penso che i nostri animali percepissero la paura, poiché le galline erano tutte accucciate e si fecero prendere senza alcuna difficoltà. Quel tragico giorno venne arrestato e deportato Evaristo Passini. La formazione tedesca si accampò presso Il Cerro.

Durante la notte per sentirsi più al sicuro tutte le donne ed i bambini dormirono assieme e sentimmo spari ed urla, eravamo agghiacciati. Al mattino presto i tedeschi presero alcuni dei nostri covoni di fieno ed incendiarono per rappresaglia, alcune case del Cerro. Mia mamma per paura di perdere tutto buttava ciò che poteva fuori dalla finestra, mi ricordo un secchio che ruzzolò a lungo per il pendio sottostante. Bruciato tutto, rubarono anche un bue e se ne andarono.

Il ritorno dei tedeschi

La tregua durò poco. Verso il 15 agosto tornarono, fu un giorno terribile nella storia di Rocchetta, vennero bruciate tantissime case: Casa Battistella, Il Casino, Poggioluccio, Il Poggio, La Teggia, Il Corneto, Casa Ciocci venne risparmiata per l'intervento del prete Don Boni, ed altre che non ricordo.

Altri ricordi

Di notte dovevamo tenere tutte le luci spente perché passava "Pippo", con questo buffo nome ci riferivamo ad un aereo ricognitore (probabilmente americano) che segnalava dove bombardare di solito dove c'erano luci. Nelle lunghe notti di quell'inverno del 1944/45 molto spesso irrompevano nelle nostre case i tedeschi, tutti vestiti di bianco per mimetizzarsi nella neve.

In tutto questo orrore, ricordo un atto gentile di compassione, mio padre malato scese dalle scale senza sapere che c'erano ospiti inattesi, non fu arrestato, si interessarono invece alla sua salute. Durante una di queste incursioni notturne, Giuseppe Santelli saltò da una finestra alta più di 5 mt., cadde, si rialzò e come un fulmine lo vidi scomparire nella neve.

Nel gennaio del 1945 fummo avvisati che il fronte sarebbe passato dal Cerro, i tedeschi avevano piazzato la loro artiglieria nel "Campo della Chiesa" a pochi metri da casa nostra. Noi fummo costretti a "sfollare", avevamo nascosto in un "Fondo", poi murato le poche cose che avevamo. Il Cerro fu bombardato, molte case distrutte, quando tornammo nella nostra casa mancavano i solai, il legno era stato usato per costruire un rifugio, lo andai a vedere, era bello, mi ricordo che profumava.

In questo periodo anche il grano si ammalò, prese la "morella", le spighe diventavano nere e non si potevano utilizzare. Il poco grano non malato non crebbe a sufficienza e così anche l'erba…… chissà …

Finalmente sentimmo suonare le campane a festa che annunciavano la fine della guerra, era il 25 Aprile 1945.

Un altro ricordo

Il rastrellamento nei ricordi di Eugenio Passini

Raccontato dal figlio Walter Passini

Al Cerro, mentre il rombo della trebbia a vapore riempiva l'aria, Eugenio Passini e il suo socio Vito — detto "Vito ad Malcambi" — erano impegnati nel loro lavoro. Eugenio fu il primo a sentire l'allarme: le SS stavano arrivando. Fu il caos. Tutti presero la fuga, tutti tranne Vito, il quale, forte del suo permesso di trebbiare rilasciato dalla autorità locale, rimase fermo, attendendo l'inevitabile arrivo dei tedeschi per mostrare il permesso.

Nel medesimo tempo, il dramma si dispiegava su un altro fronte. Gino Passini, padre di Bruno, e suo fratello Evaristo furono assaliti dall'angoscia: loro cugina Maria, una ragazzina di soli quindici anni, aveva portato al pascolo le mucche della famiglia e non faceva ritorno. Mossi dalla disperazione, i due uomini si lanciarono in una ricerca frenetica per trovarla, ignari del pericolo che incombeva.

Per tutti e tre non ci fu alternativa: i tedeschi catturarono Vito, Gino ed Evaristo senza pietà. Tutti e tre furono trascinati a Fossoli, il macabro centro di raccolta sulla linea ferroviaria del Brennero. Da lì, i destini si diramarono tragicamente: Vito scomparve nelle tenebre di Fossoli, mentre Gino ed Evaristo furono deportati in Germania come schiavi-lavoratori. Solo loro, miracolosamente, fecero ritorno quando la guerra finì e furono liberati.

La poesia del cantastorie

La storia del fuoco

Emilio Garofoletti, poeta estemporaneo

Trent'anni or già son passati
dalla triste guerra mondiale,
nel quarantun ancor più micidiale
altra guerra ci porta terror.
Se vi piace conoscer l'avverso
alla scritta porgete attenzione,
lagrimar farà tante persone
che in petto gli palpita un cor.

Il sedici e ventidue d'agosto
quando il sole festeggia il leone,
fu strage e fatal distruzione
che spavento destava a veder.
La Rocchetta invasa dal fuoco
sotto pioggia di fitta mitraglia,
Belvedere subiva battaglia,
a Rocchetta si piangeva in dolor.

D'improvviso sentii una voce:
andiamo, già urge fuggire,
il nemico s'affretta a venire
lo Scoltenna si provi a passar.
Come pesci guizzammo nell'acqua
insieme gettandoci a nuoto,
molti getti di ferro e di fuoco
da ogni parte salivan nel ciel.

Un reparto di partigiani
provenienti da Sassoguidano,
fieri col mitra alla mano
s'adopravan il fiume a passar.
Non ancora alla sponda di fronte
di Gaiato la brulla pendice,
tatata la mitragliatrice
con cruda voce li chiama a morir.

Agonizzanti nel letto di ghiaia
senza niuno a dargli conforto
qualcuno in breve fu morto
i lor cari non vider mai più.
Noi fuggiaschi nascosti nel bosco
tremanti e col cuore oppresso,
conoscenti mi stavan d'appresso
lagrimando i suoi figli nel duol.

Innocenti sperduti e sbandati,
l'orrore del ferro e del fuoco,
un'inferno parea quel loco
spaventoso incuteva terror.
Ovunque crollate le case,
incendi che parean vulcani
i tedeschi con certi italiani
gioivan di tanto orror.

Acute grida disperati lamenti
in frazione Trentino e Rocchetta,
gli abitanti tutti alla stretta
per poter alla morte sfuggire.
Divise e sperdute le care famiglie
genitori fratelli e sorelle,
sbandate le madri anche quelle
i congiunti non vider mai più.

Chi pensava dolente e piangendo
al figliolo soldato lontano,
altri piangean il partigiano
già pensando vederlo mai più.
Terrorizzata una povera sposa,
vedendo il marito schiacciato
sotto un muro, che ivi crollato,
demolito dal rogo infernal.

Con tre figli d'intorno piangenti
adolescenti si tenean per mano,
Arnaldo Ledèrico ognun partigiano
il lor padre piangendo nel ciel.
Un'altro padre versava in pianto
i suoi figli di fronte vedendo,
dal dolore parlar non potendo
udiva i figli chiamare papà.

Uno andava e l'altro veniva
per impervio ignoto sentiero,
con lo sguardo fissando il vero
il racconto qui in breve vi fò.
E dò fine al fato dolente
alla mente vo dare riposo,
di Fanano e di Ronchidoro
parlar ancora io vi potrò.

Un augurio alle vostre famiglie
che non vi colga funesta la morte
nelle vostre case sorrida la sorte
ed un giorno la gloria del ciel.

EMILIO GAROFOLETTI
poeta estemporaneo

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Rocchetta in fiamme

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